|
Free Reading: Il racconto La Casa delle Fragole, dalla raccolta di racconti horror e dark fantasy Il Giovane Sade, acquistabile su Amazon
Nel vecchio maniero, dipinto in rosso pompeiano, risuonano ancora le nobili voci e sussurri al cianuro del Castello di Miramare che drizza le eleganti e calcaree schiene torrite proprio là vicino, tre chilometri a est sul promontorio di Grignano – se il Conte Orlok avesse acquistato una proprietà sul mare di Trieste, avrebbe scelto quel posto, pallido come la morte eppure bellissimo, coi suoi cento occhi di vetro tutti puntati sulle onde. Il fantasma della Principessa Sissi, che danza vestita a lutto con una lima ficcata nel petto e un’altra nella vulva – in eterno lutto per il suicidio del figlio Rodolfo e per la vagina mai più sfiorata da un solido fallo, non innervato dall’immaginazione – sarebbe stato più soddisfacente e duraturo di una fregatura come Ellen Hutter. La corte di Vienna è sempre stata una scuola di lussuria d’avanguardia per le giovani puledre di razza, dal rituale spagnolo di facciata alla premura da odalisca di sangue blu nell’esaudire i più lascivi e folgorati desideri del fottitore di turno, inclusa la coprofagia e il salasso spermatico. Karl, giovane teutonico, la pelle arrossata dal sole italiano, punta dritto al maniero, la garçonnière di Massimiliano d’Asburgo, dove l’Arciduca cavalcava le sue puttane, fuori dalle plumbee stanze del Castello troppo bianco e abbastanza lontano dagli occhi di Sissi… ma non dal raffinato olfatto della donna – le bastava annusare i peli pubici dello sposo, mentre dormiva placido e soddisfatto, per capire al volo quale delle troie si era goduto il frutto poche ore prima: Anna, dai seni grandi al profumo di pane fresco; Mona, glutei a violoncello di Man Ray e capelli rossi da pazza; oppure la magra Rita, scandalosamente eccitante per la zoppia, con areole caffè sporgenti sette centimetri e ingoiatrice d’ogni orrida linfa, anaconda di calabri natali. Era sempre una di loro, oppure qualche sfiziosa novità. Karl serra le dita eccitato sul cancello con le insegne imperiali, ferro buono che pare ancora nuovo, smalti appena invecchiati. Maggio, giovedì, il giorno in cui si racconta che, proprio a mezzogiorno in punto, una donna vestita di rosso si affacci alla finestra del lato ovest; le amanti dell’Arciduca – il giovane spera di vedere Anna – si danno il turno per mostrarsi, la bocca cucita con filo d’oro. Ha letto quelle sgangherate storie nel libro ‘Gespenster, historische Anekdoten und Kuriositäten’; dopo che gli è stato diagnosticato il cancro al pancreas ormai vuole credere all’impossibile. Già, il silenzio è d’oro, si dice Karl osservando la villetta con arterie di edera aggrappate ai rifacimenti neoclassici – algide colonne, fregi, frontoni, due vasi del Piranesi accanto all’ingresso – affiancata da un campo di fragole dove pare che l’Asburgo seppellisse le puttane ormai sfiorite o di troppe pretese. La prima vittima fu Margherita Ascenzi, così afferma il bizzarro libro, che aveva osato mordere il membro del padrone di casa per un diadema troppo piccolo, in confronto a quello donato a una rivale di letto. Là sotto ci sono tutte, Rita, Mona… Anna pensa il giovane, pronto per la magica visione; il capriccio dei globi enormi – tette atomiche – lo aveva ereditato dal nonno Friedrich, palpeggiatore seriale del Mitte di Norimberga. Lo spennato Karl – un tempo solo stempiato, fronte alta e occhi distanti da predicatore – osserva l’abitazione fremente, muovendo rapido il cranio da uccello tra una sbarra e l’altra del cancello; manca un quarto d’ora all’apparizione della donna in rosso, ma da quella prospettiva la finestra si vede appena, e di sghembo. Gesù, muoviti! si dice arrampicandosi sul muro di cinta, per poi atterrare dall’altra parte, sul prato del piccolo parco. Magro come uno scheletro, maglietta verde e pantaloncini – ginocchia acuminate, rostri – Karl non sembra tanto diverso dal leccio malato, là di fronte, che trattiene a fatica sui rami, in un gioco di equilibrio, smorzando al massimo la gravità, le poche foglie superstiti. Il giardino pare abbandonato, solo i capolini giallo-oro dei macereti pitturano qua e là macchie vive, mentre il resto è scolorito, come le mura un tempo fiammeggianti della villetta, ora macchiate di barolo annacquato – il mestruo impossibile di un’ottantenne. Nessun guardiano, bene… Il giovane procede a scatti verso la struttura a elle della Casa delle Fragole, acquattandosi ogni tanto dietro grossi cespugli di corbezzolo, alloro e altre sclerofille che hanno dilagato senza freni e direzioni, mangiando campo al grosso fusto di un tiglio curvato verso l’ingresso della villa, come a indicarlo. Karl vive nella paura, non del cancro che lo sta lentamente divorando, ma delle donne vive – ha viaggiato in tutta Europa in cerca di fantasmi dotati di imene e mammelle generose – e dei cani: sono quelli a preoccuparlo adesso. Bestiacce puzzolenti, mormora digrignando i denti come una fiera, pensando a quella volta nella periferia di Erfurt, in Turingia – era appena iniziata la demolizione del quartiere Krämpferviertel e potevi scoprire tesori nelle case abbandonate – che un rottweiler brutto come il demonio gli aveva addentato un polpaccio, prima che il benedetto custode del caseggiato, un vecchio colonnello prussiano come suggerivano i baffi a scopa, intervenisse per salvarlo da sorte peggiore. Ma Karl se l’era cercata, intrufolandosi di notte nella vecchia casa dei Rodde che, così dicevano, era infestata dal fiero spirito femminino di Algunde ‘Großen Mund’ – Bocca Grande – che negli anni Cinquanta aveva divorato il testicolo destro del marito per vendicarsi delle violenze subite da anni. Ma il Tribunale, preso atto della fuga della donna, durante la quale aveva saccheggiato altri scroti, stavolta innocenti, l’aveva mandata dritta in manicomio senza pensarci due volte; e poi erano tempi in cui nessuno conosceva il significato del termine ‘patriarcato’ e un trauma aveva senso solo se ti piazzavano una pallottola in fronte. La leggenda narrava che Bocca Grande apparisse a mezzanotte nella camera da letto, con l’armamentario da elettroshock sotto la parrucca, per allattare un grasso ratto; un’occasione unica per ammirare le tette del celebre fantasma, visto che Casa Rodde sarebbe stata travolta dalle ruspe appena una settimana dopo. Ripensando a quella disavventura, Karl si tocca il polpaccio morso e stringe i denti. Ma non si vedono segni di bestie nel parchetto della Casa delle Fragole e quindi, dopo un bel respiro, si avventura verso la finestra destinata all’apparizione, come riprodotto sulla mappa del libro. «Anna, tesoro mio…» sussurra amorevole quando mancano cinque minuti alla venuta dell’amante dell’Arciduca, sicuro che sarà proprio quella giusta a rivelarsi… coi seni faticosamente trattenuti dalle cuciture del vestito rosso, scollato quanto serve. Se quello che raccontano è vero, non come le altre storie rivelatesi miserie e inganni – nella Residenza Charderet la Signora Blu ritratta nella tela non l’aveva mai vista muoversi, e la turistica diavolessa della Vallonia non era altro che un prete travestito – la chiederà subito in sposa; in tasca ha già l’anello con sopra un discreto diamante. Il cancro l’ha ormai trasformato in uno spettro e lei di sicuro lo crederà della stessa razza. Una moglie ectoplasmica con globi generosi impossibili da seccarsi per schizzare latte sulle gengive di neonati, un viso per sempre, le stesse linee senza grinze, l’utero freddo inservibile a cuocere uova e spermatozoi, le dita sottili capaci di penetrarti le costole, i ghirigori dei polpastrelli che grattano la groppa della prostata e i ventricoli del cuore… la bocca cucita incapace di rifiutare e di negarsi: cos’altro si può chiedere di meglio, se ti restano due mesi da campare? «Herr Karl, c’è poco da fare…» gli aveva detto brusco il Dottor Murnag. «C’è chi inizia a viaggiare per vedere il mondo, chi si gode quello che resta, impugnando la verga come un’asta da sagace oplita, invece di piagnucolare sulla gonna di una sola donna, che presto si farà incornare da qualcun altro. Sta a lei decidere…» Alla fine, come un consumato e diavolesco spacciatore gli aveva ficcato nel taschino della giacca un biglietto da visita del bordello ShowPark di Praga, gratuito per chi autorizza la registrazione video delle proprie prestazioni con un catalogo di ragazze vasto come il menu dei formaggi di un bistrot di Montmartre. Senza troppe chiacchiere quel gesto, così semplice e immediato – gli occhi di carbone, saliva di toro – aveva sintetizzato la visione del medico della vita, della morte e di tutto quello che ci passa in mezzo. La paura di Karl verso le donne vive è facile da spiegare, qualunque uomo temerebbe una femmina per sempre dopo aver avuto una madre come Edda, capace di strofinare il peccato – ovunque si trovi – dieci volte al giorno con l’aceto, per celebrare il Cristo vittorioso… nel caso specifico lustrando il pene del figlio fino all’adolescenza, macerandolo come un pallido carpaccio. Dopo un’infanzia del genere il timido Karl, finalmente liberatosi dell’ossessiva purificatrice – una santa frattura al bacino – aveva sbattuto contro Gerke, più vecchia di trent’anni, una delle compagne di bridge della madre, dita color tabacco e pelliccia al lezzo di rosa fritta, che aveva adocchiato il marmocchio fin da piccolo, scorgendone le potenzialità da castrato di far godere una donna con le sole parole, se sussurrate nel posto giusto. Dopo aver rischiato di soffocare, col muso spinto con foga in quell’orchidea di carne sfiorita – un quadrifoglio di fegati – Karl era fuggito da Norimberga giurando di non toccare più una donna, non viva almeno. Il cancro al pancreas aveva cambiato tutto, abbreviando le opportunità e mozzando le incertezze, e l’eredità del nonno Friedrich era stata intascata in tempo per finanziare i tanti viaggi alla ricerca della donna perfetta, morta e fantasma. Nessuno ha mai sentito parlare di spettri amanti dell’aceto, o in possesso di vulve carnose e pellicce puzzolenti. Difatti, il libro non riportava nessuna di queste coincidenze, pur elencando trecentodieci spiriti femminili attivi nella sola Europa. Già, se il silenzio è d’oro, come simbolicamente dimostrato dall’Arciduca, suturando labbra con chirurgica sapienza, la carne è condannata a decomporsi – fetori che iniziano a stiracchiare i muscoli già al momento del secco zero del cordone ombelicale. Un minuto all’apparizione, Karl è seduto impaziente davanti alla finestra giusta, ed ecco l’attesa apparizione accostarsi al vetro – sagoma umanoide, nessun dubbio – e finalmente rivelarsi. La figura, ancora ombra scura e sottile, vibra elettrica come un televisore guasto e poi assesta le volute di carne falsa – particelle dal nucleo di fumo azzurro – in forme e lineamenti, gonfiando infine il vestito rosso mozzato dall’ampia scollatura. Il décolleté, dove Karl punta subito lo sguardo, nonostante i seni costretti dai ferretti che si inarcano con mezze curve sotto il lucido tessuto, si mostra però di seconda classe – sotto una catena come collier. Il volto del fantasma conferma i dubbi: la magra Rita, l’avida ingoiatrice dei fluidi dell’Arciduca, sorride tirando a sangue i fili d’oro che le serrano la bocca; non si aspettava quel pallido spettatore coi pantaloncini calati e la lumaca schiacciata del membro en plein air, cinto da un anello da fidanzamento. «Io… aspettavo Anna», balbetta Karl, ricomponendosi in fretta. «Vieni con me…» sussurra la visione – parla nella mente, anche se muove appena le labbra – trapassando la finestra come colla versata, una pozza bruna sull’erba che si drizza di nuovo in piedi centrifugandosi come un microscopico ciclone. Eccola di nuovo, zoppicare verso l’amante sbagliato, ancora vivo. «Oggi è il mio turno, ti piaccio?» Karl indietreggia, si passa una mano sul cranio spennacchiato – pochi ciuffi biondi, come i giorni che gli restano – e prende coraggio. «Chiama lei… ti prego.» Rita l’ingoiatrice non la prende bene, ringhia come quella bestiaccia a Erfurt, e al suo fianco appaiono due molossi di tipo dogo, come animati di colpo dai cespugli di ilatro là dietro – sì, la puttana morta legge tutte le paure. Sbavanti rabbia, i due bestioni balzano addosso a Karl, facendogli sentire tutti i denti, poi il più grosso, bianco gesso come le algide mura del Castello di Miramare, mentre il compare senza coda insiste a strappare tutto ciò che può dalla coscia destra, prende a frugare rabbioso nel ventre del disgraziato, il muso rosso che scandaglia le interiora scuotendo il testone da quindici chili, prima di latrare e allontanarsi; ha percepito, ficcato nel cervello come un ago d’acciaio, il lezzo delle metastasi del cancro che sta divorando l’umano, che non sa gridare… forse è già morto. Rita muta espressione, si guarda intorno come sapendo di peccare gravemente, si strappa i fili d’oro dalle labbra viola, si china su Karl e con la lingua da murena succhia il pancreas dolcemente, come se stesse degustando foie gras. «Anna la schizzinosa non fa queste cose… infatti l’Arciduca mi ha donato due bracciali in più…» stilla nella mente dell’uomo – immobile come un sasso – continuando a vampirizzare l’organo malato. Karl non riesce a muoversi, ma lascerebbe fare lo stesso: il macabro e disgustoso servigio fa sparire il dolore, dopo tre anni di ganci nello stomaco e litri di morfina, almeno quattro volte la dose di un veterano del Vietnam che sogna torce di bambini e lampi di napalm. «Ora chiudi gli occhi» ordina la visione sollevando per un momento il viso scarlatto – pus e sangue anche tra capelli, fin dove ha ficcato la testa? – somigliante sempre più a quella iperclitoridea baldracca di Gerke, mentre il puzzo di rosa fritta vaga nell’aria sempre più insistente, assieme al maledetto aceto e una risata improvvisa, da cornacchia strozzata. Un suono ancestrale, il richiamo di Edda, la madre di Karl, quel tossire da enfisema di Muratti. Vergognati, vergognati… e prega. Riaprire gli occhi senza sapere quanto tempo è passato, respirare la terra umida, poter afferrare le radici delle fragole, sapere che la sera è appena giunta senza poter vedere niente, sentire di giacere là sotto, nel campo speciale dell’Arciduca, a un metro da una sposa nuova di zecca, in un talamo di larve vendicative che sanno tutto.
0 Comments
Disponibile da oggi la raccolta di racconti horror western e pulp WEIRD WEST - Storie di Zolfo e di Frontiera.
Il libro è acquistabile su Amazon Sinossi: Sette racconti horror, weird western e hardcore pulp ambientati nella frontiera americana. Un predicatore trascina una bara nera attraverso il Nuovo Messico, promettendo di liberare le città dai loro peccati. Wild Bill Hickok disputa a Deadwood una partita di poker contro una misteriosa giocatrice. Doc Holliday affronta la sparatoria dell’O.K. Corral mentre cerca di rispettare un patto infernale. Clay Allison ascolta le diverse versioni di una macabra danza celebrata intorno a un cadavere. Belle Starr custodisce nello stomaco una gemma che uno stregone mutaforma vuole recuperare. Sul campo di Little Bighorn, il corpo di Custer nasconde qualcosa che i soldati non riescono a spiegare. Lungo il Missouri, mentre il vaiolo stermina i Mandan, gli dèi sotterranei risvegliano una creatura affamata da milioni di anni. Pistoleri, prostitute, revenant, demoni, sciamani, soldati, epidemie e mostri preistorici si incontrano in una frontiera di sangue, sesso, bourbon, sacrilegio e umorismo nero, dove la Storia viene dissotterrata e restituita con tutti i suoi odori. |
News ITADisponibile Perifernalia - 11 Storie nei Quartieri Estremi della Roma Cronica (con Paolo Di Orazio) Edizione Standard Edizione Collection
News ENGComing in September 2026 CRAZY DIAMONDS (novella in collaboration with Richard Christian Matheson) Independent Legions
Lastest Awards, Nominations and MentionsUltime Uscite (ITA)Latest Releases (ENG)For sale at Amazon my new short story collection in English THE RADIOACTIVE BRIDE (Necro Publications)
Buy your copy at Amazon Latest Reviews (in English)
NARAKA Bizzarre Video Review by B.L.U.R.B.
Ultime Recensioni (Italiano)
Ultime IntervisteLatest Interviews
Pubblicazioni come EditorArchivi
Luglio 2026
Categorie |

Feed RSS