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Disponibile da oggi su Amazon la novella NAMIGURO - Il Kaiju Nero, firmata dal Maestro Goku N. Hanzo.
Dopo il test atomico Black Tide, dal fondo del Pacifico emerge Namiguro, il kaiju nero: una bestia antica. Nell’arcipelago giapponese di Kurose, tra villaggi di pescatori, bordelli portuali, amuleti osceni, bagni pubblici, vecchie leggende e pesci velenosi, il mare ricomincia a sputare ciò che gli uomini credevano sepolto. Kenta Shiro, ultimo custode di una profezia samurai incisa nell’acciaio, aspetta da una vita quel mostro che tutti hanno scambiato per favola da vecchi pazzi. Reiko Saegusa, prostituta del Tsubaki-rō, sente invece Namiguro entrarle nella mente come un richiamo impossibile, più antico della carne, del tutto diverso dai luridi pensieri umani dei suoi clienti, che lei ha il terribile dono di percepire. Intorno a loro, pescatori, militari, puttane, monaci falliti, superstiziosi e idioti coraggiosi vengono trascinati in un’apocalisse di sale, sangue, proiettili e katane, coralli bolliti e veleno atomico. Quando il kaiju nero punta l’arcipelago, ogni corpo diventa riva, esca, preghiera o avanzo. Namiguro – Il kaiju nero inaugura l’universo superpulp del Maestro Hanzo: il Giappone insulare, radioattivo e superstizioso, dell’arcipelago di Kurose, popolato da creature marine, pescatori, militari, antiche leggende, kamikaze sopravvissuti e prostitute, negli oscuri e osceni anni Cinquanta.
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Free Reading: Il racconto La Casa delle Fragole, dalla raccolta di racconti horror e dark fantasy Il Giovane Sade, acquistabile su Amazon
Nel vecchio maniero, dipinto in rosso pompeiano, risuonano ancora le nobili voci e sussurri al cianuro del Castello di Miramare che drizza le eleganti e calcaree schiene torrite proprio là vicino, tre chilometri a est sul promontorio di Grignano – se il Conte Orlok avesse acquistato una proprietà sul mare di Trieste, avrebbe scelto quel posto, pallido come la morte eppure bellissimo, coi suoi cento occhi di vetro tutti puntati sulle onde. Il fantasma della Principessa Sissi, che danza vestita a lutto con una lima ficcata nel petto e un’altra nella vulva – in eterno lutto per il suicidio del figlio Rodolfo e per la vagina mai più sfiorata da un solido fallo, non innervato dall’immaginazione – sarebbe stato più soddisfacente e duraturo di una fregatura come Ellen Hutter. La corte di Vienna è sempre stata una scuola di lussuria d’avanguardia per le giovani puledre di razza, dal rituale spagnolo di facciata alla premura da odalisca di sangue blu nell’esaudire i più lascivi e folgorati desideri del fottitore di turno, inclusa la coprofagia e il salasso spermatico. Karl, giovane teutonico, la pelle arrossata dal sole italiano, punta dritto al maniero, la garçonnière di Massimiliano d’Asburgo, dove l’Arciduca cavalcava le sue puttane, fuori dalle plumbee stanze del Castello troppo bianco e abbastanza lontano dagli occhi di Sissi… ma non dal raffinato olfatto della donna – le bastava annusare i peli pubici dello sposo, mentre dormiva placido e soddisfatto, per capire al volo quale delle troie si era goduto il frutto poche ore prima: Anna, dai seni grandi al profumo di pane fresco; Mona, glutei a violoncello di Man Ray e capelli rossi da pazza; oppure la magra Rita, scandalosamente eccitante per la zoppia, con areole caffè sporgenti sette centimetri e ingoiatrice d’ogni orrida linfa, anaconda di calabri natali. Era sempre una di loro, oppure qualche sfiziosa novità. Karl serra le dita eccitato sul cancello con le insegne imperiali, ferro buono che pare ancora nuovo, smalti appena invecchiati. Maggio, giovedì, il giorno in cui si racconta che, proprio a mezzogiorno in punto, una donna vestita di rosso si affacci alla finestra del lato ovest; le amanti dell’Arciduca – il giovane spera di vedere Anna – si danno il turno per mostrarsi, la bocca cucita con filo d’oro. Ha letto quelle sgangherate storie nel libro ‘Gespenster, historische Anekdoten und Kuriositäten’; dopo che gli è stato diagnosticato il cancro al pancreas ormai vuole credere all’impossibile. Già, il silenzio è d’oro, si dice Karl osservando la villetta con arterie di edera aggrappate ai rifacimenti neoclassici – algide colonne, fregi, frontoni, due vasi del Piranesi accanto all’ingresso – affiancata da un campo di fragole dove pare che l’Asburgo seppellisse le puttane ormai sfiorite o di troppe pretese. La prima vittima fu Margherita Ascenzi, così afferma il bizzarro libro, che aveva osato mordere il membro del padrone di casa per un diadema troppo piccolo, in confronto a quello donato a una rivale di letto. Là sotto ci sono tutte, Rita, Mona… Anna pensa il giovane, pronto per la magica visione; il capriccio dei globi enormi – tette atomiche – lo aveva ereditato dal nonno Friedrich, palpeggiatore seriale del Mitte di Norimberga. Lo spennato Karl – un tempo solo stempiato, fronte alta e occhi distanti da predicatore – osserva l’abitazione fremente, muovendo rapido il cranio da uccello tra una sbarra e l’altra del cancello; manca un quarto d’ora all’apparizione della donna in rosso, ma da quella prospettiva la finestra si vede appena, e di sghembo. Gesù, muoviti! si dice arrampicandosi sul muro di cinta, per poi atterrare dall’altra parte, sul prato del piccolo parco. Magro come uno scheletro, maglietta verde e pantaloncini – ginocchia acuminate, rostri – Karl non sembra tanto diverso dal leccio malato, là di fronte, che trattiene a fatica sui rami, in un gioco di equilibrio, smorzando al massimo la gravità, le poche foglie superstiti. Il giardino pare abbandonato, solo i capolini giallo-oro dei macereti pitturano qua e là macchie vive, mentre il resto è scolorito, come le mura un tempo fiammeggianti della villetta, ora macchiate di barolo annacquato – il mestruo impossibile di un’ottantenne. Nessun guardiano, bene… Il giovane procede a scatti verso la struttura a elle della Casa delle Fragole, acquattandosi ogni tanto dietro grossi cespugli di corbezzolo, alloro e altre sclerofille che hanno dilagato senza freni e direzioni, mangiando campo al grosso fusto di un tiglio curvato verso l’ingresso della villa, come a indicarlo. Karl vive nella paura, non del cancro che lo sta lentamente divorando, ma delle donne vive – ha viaggiato in tutta Europa in cerca di fantasmi dotati di imene e mammelle generose – e dei cani: sono quelli a preoccuparlo adesso. Bestiacce puzzolenti, mormora digrignando i denti come una fiera, pensando a quella volta nella periferia di Erfurt, in Turingia – era appena iniziata la demolizione del quartiere Krämpferviertel e potevi scoprire tesori nelle case abbandonate – che un rottweiler brutto come il demonio gli aveva addentato un polpaccio, prima che il benedetto custode del caseggiato, un vecchio colonnello prussiano come suggerivano i baffi a scopa, intervenisse per salvarlo da sorte peggiore. Ma Karl se l’era cercata, intrufolandosi di notte nella vecchia casa dei Rodde che, così dicevano, era infestata dal fiero spirito femminino di Algunde ‘Großen Mund’ – Bocca Grande – che negli anni Cinquanta aveva divorato il testicolo destro del marito per vendicarsi delle violenze subite da anni. Ma il Tribunale, preso atto della fuga della donna, durante la quale aveva saccheggiato altri scroti, stavolta innocenti, l’aveva mandata dritta in manicomio senza pensarci due volte; e poi erano tempi in cui nessuno conosceva il significato del termine ‘patriarcato’ e un trauma aveva senso solo se ti piazzavano una pallottola in fronte. La leggenda narrava che Bocca Grande apparisse a mezzanotte nella camera da letto, con l’armamentario da elettroshock sotto la parrucca, per allattare un grasso ratto; un’occasione unica per ammirare le tette del celebre fantasma, visto che Casa Rodde sarebbe stata travolta dalle ruspe appena una settimana dopo. Ripensando a quella disavventura, Karl si tocca il polpaccio morso e stringe i denti. Ma non si vedono segni di bestie nel parchetto della Casa delle Fragole e quindi, dopo un bel respiro, si avventura verso la finestra destinata all’apparizione, come riprodotto sulla mappa del libro. «Anna, tesoro mio…» sussurra amorevole quando mancano cinque minuti alla venuta dell’amante dell’Arciduca, sicuro che sarà proprio quella giusta a rivelarsi… coi seni faticosamente trattenuti dalle cuciture del vestito rosso, scollato quanto serve. Se quello che raccontano è vero, non come le altre storie rivelatesi miserie e inganni – nella Residenza Charderet la Signora Blu ritratta nella tela non l’aveva mai vista muoversi, e la turistica diavolessa della Vallonia non era altro che un prete travestito – la chiederà subito in sposa; in tasca ha già l’anello con sopra un discreto diamante. Il cancro l’ha ormai trasformato in uno spettro e lei di sicuro lo crederà della stessa razza. Una moglie ectoplasmica con globi generosi impossibili da seccarsi per schizzare latte sulle gengive di neonati, un viso per sempre, le stesse linee senza grinze, l’utero freddo inservibile a cuocere uova e spermatozoi, le dita sottili capaci di penetrarti le costole, i ghirigori dei polpastrelli che grattano la groppa della prostata e i ventricoli del cuore… la bocca cucita incapace di rifiutare e di negarsi: cos’altro si può chiedere di meglio, se ti restano due mesi da campare? «Herr Karl, c’è poco da fare…» gli aveva detto brusco il Dottor Murnag. «C’è chi inizia a viaggiare per vedere il mondo, chi si gode quello che resta, impugnando la verga come un’asta da sagace oplita, invece di piagnucolare sulla gonna di una sola donna, che presto si farà incornare da qualcun altro. Sta a lei decidere…» Alla fine, come un consumato e diavolesco spacciatore gli aveva ficcato nel taschino della giacca un biglietto da visita del bordello ShowPark di Praga, gratuito per chi autorizza la registrazione video delle proprie prestazioni con un catalogo di ragazze vasto come il menu dei formaggi di un bistrot di Montmartre. Senza troppe chiacchiere quel gesto, così semplice e immediato – gli occhi di carbone, saliva di toro – aveva sintetizzato la visione del medico della vita, della morte e di tutto quello che ci passa in mezzo. La paura di Karl verso le donne vive è facile da spiegare, qualunque uomo temerebbe una femmina per sempre dopo aver avuto una madre come Edda, capace di strofinare il peccato – ovunque si trovi – dieci volte al giorno con l’aceto, per celebrare il Cristo vittorioso… nel caso specifico lustrando il pene del figlio fino all’adolescenza, macerandolo come un pallido carpaccio. Dopo un’infanzia del genere il timido Karl, finalmente liberatosi dell’ossessiva purificatrice – una santa frattura al bacino – aveva sbattuto contro Gerke, più vecchia di trent’anni, una delle compagne di bridge della madre, dita color tabacco e pelliccia al lezzo di rosa fritta, che aveva adocchiato il marmocchio fin da piccolo, scorgendone le potenzialità da castrato di far godere una donna con le sole parole, se sussurrate nel posto giusto. Dopo aver rischiato di soffocare, col muso spinto con foga in quell’orchidea di carne sfiorita – un quadrifoglio di fegati – Karl era fuggito da Norimberga giurando di non toccare più una donna, non viva almeno. Il cancro al pancreas aveva cambiato tutto, abbreviando le opportunità e mozzando le incertezze, e l’eredità del nonno Friedrich era stata intascata in tempo per finanziare i tanti viaggi alla ricerca della donna perfetta, morta e fantasma. Nessuno ha mai sentito parlare di spettri amanti dell’aceto, o in possesso di vulve carnose e pellicce puzzolenti. Difatti, il libro non riportava nessuna di queste coincidenze, pur elencando trecentodieci spiriti femminili attivi nella sola Europa. Già, se il silenzio è d’oro, come simbolicamente dimostrato dall’Arciduca, suturando labbra con chirurgica sapienza, la carne è condannata a decomporsi – fetori che iniziano a stiracchiare i muscoli già al momento del secco zero del cordone ombelicale. Un minuto all’apparizione, Karl è seduto impaziente davanti alla finestra giusta, ed ecco l’attesa apparizione accostarsi al vetro – sagoma umanoide, nessun dubbio – e finalmente rivelarsi. La figura, ancora ombra scura e sottile, vibra elettrica come un televisore guasto e poi assesta le volute di carne falsa – particelle dal nucleo di fumo azzurro – in forme e lineamenti, gonfiando infine il vestito rosso mozzato dall’ampia scollatura. Il décolleté, dove Karl punta subito lo sguardo, nonostante i seni costretti dai ferretti che si inarcano con mezze curve sotto il lucido tessuto, si mostra però di seconda classe – sotto una catena come collier. Il volto del fantasma conferma i dubbi: la magra Rita, l’avida ingoiatrice dei fluidi dell’Arciduca, sorride tirando a sangue i fili d’oro che le serrano la bocca; non si aspettava quel pallido spettatore coi pantaloncini calati e la lumaca schiacciata del membro en plein air, cinto da un anello da fidanzamento. «Io… aspettavo Anna», balbetta Karl, ricomponendosi in fretta. «Vieni con me…» sussurra la visione – parla nella mente, anche se muove appena le labbra – trapassando la finestra come colla versata, una pozza bruna sull’erba che si drizza di nuovo in piedi centrifugandosi come un microscopico ciclone. Eccola di nuovo, zoppicare verso l’amante sbagliato, ancora vivo. «Oggi è il mio turno, ti piaccio?» Karl indietreggia, si passa una mano sul cranio spennacchiato – pochi ciuffi biondi, come i giorni che gli restano – e prende coraggio. «Chiama lei… ti prego.» Rita l’ingoiatrice non la prende bene, ringhia come quella bestiaccia a Erfurt, e al suo fianco appaiono due molossi di tipo dogo, come animati di colpo dai cespugli di ilatro là dietro – sì, la puttana morta legge tutte le paure. Sbavanti rabbia, i due bestioni balzano addosso a Karl, facendogli sentire tutti i denti, poi il più grosso, bianco gesso come le algide mura del Castello di Miramare, mentre il compare senza coda insiste a strappare tutto ciò che può dalla coscia destra, prende a frugare rabbioso nel ventre del disgraziato, il muso rosso che scandaglia le interiora scuotendo il testone da quindici chili, prima di latrare e allontanarsi; ha percepito, ficcato nel cervello come un ago d’acciaio, il lezzo delle metastasi del cancro che sta divorando l’umano, che non sa gridare… forse è già morto. Rita muta espressione, si guarda intorno come sapendo di peccare gravemente, si strappa i fili d’oro dalle labbra viola, si china su Karl e con la lingua da murena succhia il pancreas dolcemente, come se stesse degustando foie gras. «Anna la schizzinosa non fa queste cose… infatti l’Arciduca mi ha donato due bracciali in più…» stilla nella mente dell’uomo – immobile come un sasso – continuando a vampirizzare l’organo malato. Karl non riesce a muoversi, ma lascerebbe fare lo stesso: il macabro e disgustoso servigio fa sparire il dolore, dopo tre anni di ganci nello stomaco e litri di morfina, almeno quattro volte la dose di un veterano del Vietnam che sogna torce di bambini e lampi di napalm. «Ora chiudi gli occhi» ordina la visione sollevando per un momento il viso scarlatto – pus e sangue anche tra capelli, fin dove ha ficcato la testa? – somigliante sempre più a quella iperclitoridea baldracca di Gerke, mentre il puzzo di rosa fritta vaga nell’aria sempre più insistente, assieme al maledetto aceto e una risata improvvisa, da cornacchia strozzata. Un suono ancestrale, il richiamo di Edda, la madre di Karl, quel tossire da enfisema di Muratti. Vergognati, vergognati… e prega. Riaprire gli occhi senza sapere quanto tempo è passato, respirare la terra umida, poter afferrare le radici delle fragole, sapere che la sera è appena giunta senza poter vedere niente, sentire di giacere là sotto, nel campo speciale dell’Arciduca, a un metro da una sposa nuova di zecca, in un talamo di larve vendicative che sanno tutto. Disponibile da oggi la raccolta di racconti horror western e pulp WEIRD WEST - Storie di Zolfo e di Frontiera.
Il libro è acquistabile su Amazon Sinossi: Sette racconti horror, weird western e hardcore pulp ambientati nella frontiera americana. Un predicatore trascina una bara nera attraverso il Nuovo Messico, promettendo di liberare le città dai loro peccati. Wild Bill Hickok disputa a Deadwood una partita di poker contro una misteriosa giocatrice. Doc Holliday affronta la sparatoria dell’O.K. Corral mentre cerca di rispettare un patto infernale. Clay Allison ascolta le diverse versioni di una macabra danza celebrata intorno a un cadavere. Belle Starr custodisce nello stomaco una gemma che uno stregone mutaforma vuole recuperare. Sul campo di Little Bighorn, il corpo di Custer nasconde qualcosa che i soldati non riescono a spiegare. Lungo il Missouri, mentre il vaiolo stermina i Mandan, gli dèi sotterranei risvegliano una creatura affamata da milioni di anni. Pistoleri, prostitute, revenant, demoni, sciamani, soldati, epidemie e mostri preistorici si incontrano in una frontiera di sangue, sesso, bourbon, sacrilegio e umorismo nero, dove la Storia viene dissotterrata e restituita con tutti i suoi odori. Disponibile da oggi su Amazon la nuova edizione della novella horror/esoterica LUST - NEL CUORE DI BOLESKINE HOUSE, pubblicata originariamente nel 2023 da La Nuova Carne Edizioni. L'Illustrazione di copertina di questa nuova edizione è di Luke Spooner. Acquista il libro su Amazon
Sinossi: Nelle Highlands scozzesi, sulle rive oscure del Loch Ness, sorge la Boleskine House: un maniero isolato costruito sopra le rovine della maledetta Boleskine Kirk, teatro, nel XVII secolo, di eresie, resurrezioni blasfeme e un incendio che trasformò uomini e donne in qualcosa di diverso dall’umano. Secoli dopo, il Maggiore Grant, veterano della Seconda Guerra Mondiale perseguitato da allucinazioni e traumi di guerra, si trasferisce nella casa insieme alla giovane moglie Mary e alla governante irlandese Ann McLaren, ignaro che sotto il maniero esista ancora un tunnel proibito, un intestino di pietra che collega la dimora al vecchio cimitero. Ma la Boleskine House non è una semplice casa infestata. Molti anni prima, Aleister Crowley tentò proprio lì la terribile Operazione di Abramelin, evocando forze che non riuscì più a controllare. Qualcosa rimase intrappolato sotto il maniero: demoni, principi infernali, ombre deformate e un varco aperto tra mondi differenti. Quando Mary scopre la porta nascosta nella biblioteca, l’antico equilibrio si spezza. Desideri repressi, traumi infantili, ossessioni religiose e memorie sepolte iniziano a emergere come carne viva dalle pareti della casa, mentre presenze mostruose si insinuano nei sogni e nella mente degli abitanti. Nel sottosuolo della Boleskine House, il confine tra erotismo, possessione, follia e dannazione diventa sempre più sottile. Tra rituali proibiti, demoni dalle sembianze mutanti, cani infernali e congreghe dimenticate, la maledizione di Boleskine torna a reclamare nuove vittime. Un romanzo horror esoterico e post-gotico che intreccia occultismo, folklore scozzese, magia rituale, trauma psicologico e visioni infernali, sulle tracce oscure della leggenda di Aleister Crowley. Disponibile da oggi su Amazon la raccolta IL GIOVANE SADE e Altri Racconti.
Racconti inclusi: 'Il Giovane Sade', 'La Ragazzina di Calcutta', 'Quattro Volte', 'La Veglia di Finnegan', 'Fai Correre il Sangue dove Vuole', 'I Fantasmi di Van Gogh', 'Grace', Kirti', 'Il Funerale di Moog', 'La Casa delle Fragole', 'Il Dandy Giallo', 'La Venere Nera'. La sinossi: Un giovane Sade, in una casa isolata alle porte di Parigi, compie un gesto fondativo che trasforma l’innocenza in strumento di potere. Una bambina fantasma nelle strade di Calcutta continua a osservare il mondo dei vivi, rivelando l’indifferenza come forma estrema di crudeltà. Nelle miniere del Galles, tra carbone, culto e trauma familiare, un’entità arcaica si insinua nella carne e nella memoria, generando una mitologia del dolore che attraversa generazioni. Una veglia funebre grottesca, ispirata ai miti irlandesi e alla letteratura modernista, diventa un banchetto osceno in cui il linguaggio stesso si fa corpo e consumo. Sulle coste di Whitby, tra nebbie, eros e predazione, il vampirismo riemerge come metafora del desiderio che sopravvive al tempo e all’identità. I dodici racconti che compongono questa raccolta si muovono tra Francia settecentesca, India contemporanea, Inghilterra vittoriana e postindustriale, Irlanda mitica e suburbia europea, intrecciando storia, folklore, horror e visione. In queste pagine il corpo diventa archivio, il trauma si fa genealogia, e l’infanzia — lungi dall’essere uno spazio protetto —appare come una soglia esposta, vulnerabile, decisiva. Non c’è catarsi né redenzione: ogni racconto mette in scena un atto, una frattura, una rivelazione che continua a propagarsi oltre la pagina, in una fusione di eros, mito e violenza che rifiuta l’allegoria rassicurante e ogni cornice morale precostituita. Una raccolta disturbante e necessaria, destinata a lettori che non cercano consolazione, ma attraversamenti. Disponibile la nuova edizione di AMERIKA - I PERVERSI RACCONTI DI YELLOW FALLS, raccolta di racconti suburban sex-pulp acquistabile su Amazon e sullo Store Independent Legions
Sinossi: Benvenuti a Yellow Falls, Ohio — cittadina dimenticata da Dio e riscoperta dal Diavolo, dove ogni sogno finisce nella melma, ogni mappa del tesoro porta a un dildo d’oro e ogni parrocchiano ha almeno una perversione da confessare... o da coltivare. Amerika è un viaggio in otto racconti dentro l’ano pulsante degli Stati Uniti, una discarica di sesso, grottesco e allucinazione suburbana. Tra reverendi con la sindrome del martirio rettale, reduci del Vietnam con protesi d’alluminio e crostate di more nei sogni erotici, vergini transgender con sorprese tra le gambe e bunker sotterranei dove si celebrano orge minorili come se fossero messe cantate, torte di mele vaginali e parafilie cinematografiche, questa raccolta disegna un’America decomposta, orgogliosamente postuma, in cui il peccato è una moneta locale e la redenzione passa da una slot machine o un fucile a canne mozze. Contiene i racconti: Miss Mustard, Piedi di Porco, Tutti Grugniscono I Love You, Jackie, All'inizio c'era la Verga, Eldorado, The Clairvoyant, Conigliette. Edizione Standard, 70 pagine, illustrazione di copertina di Luke Spooner. "Battiago torna a deliziare il pubblico con questa magistrale raccolta fuori di testa!" –Edward Lee, autore di Header e The Pig.
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Una discesa lirica nel sottosuolo di una Montparnasse futura, deformata e superstite, dove la letteratura non è memoria ma materia organica, e l’eros non è promessa ma combustione. Le poesie si muovono tra rovine urbane, bordelli post-umani, caffè letterari mutati in laboratori del desiderio, attraversati da figure-fantasma: scrittori maledetti, artisti surrealisti, icone erotiche e intellettuali che non appartengono più alla storia ma a una mitologia viva, carnale, instabile. Henry Miller, Sade, Rimbaud, Man Ray, Lee Miller, Modigliani, Kisling, Breton non sono citazioni né omaggi: sono presenze operative, corpi simbolici che agiscono dentro i testi come forze di attrito, di scandalo, di rivelazione. La poesia diventa atto sovversivo, gesto erotico, rituale urbano; la lingua è affilata, visionaria, spesso oscena, sempre necessaria. 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Calce e cemento, il tramonto di un autobus – un 211 con la testata rifatta – con la vescica da vacca sacra che perde refrigerante, persiane grigliate da disillusione verde e ladri d’appartamento travestiti da zombie che gettano bastoni insanguinati nel portabagagli di una vecchia Punto: la vecchia del sesto piano ha dimenticato lo Xanax e si è incazzata per la collana di perle e il TV al plasma preso a rate. Avvisi di sgombero e slot machine-astronavi miniaturizzate – LSD a pulsanti – piscio di gatto, incendio d’incenso nella parrocchia, panchine come altari pagani, rosette con la mortadella e mozziconi di uomini coi piedi neri e un’aureola di plastica. Capannoni e pompe funebri – e il Verano più in là – tutti la stessa cosa; fiamme ossidriche, acetilene e bare industriali, cipressi immobili, cera fusa e marmi. Tutto all’ingrosso: anime, paraurti, ricambi, protesi e ammortizzatori, statue di angeli e fontanelle del trapasso. Halloween in periferia, come una febbre; sesso e morte con sconto del 50%. Palazzine strette l’una all’altra come incisivi tra otturazioni di portoni, collier di parabole arrugginite e lenzuola che pendono bianche, bandiere di resa. Vento di tangenziali e sangue denso di carburatori, scooter truccati che sputano fragore come smilzi draghi proletari. Un muro sincero e la bomboletta blu di un poeta metropolitano: DIO HA L’ALZHEIMER e sotto un cazzo moscio alato. Isole di Gratta e Vinci e segni della croce di chi spera in una casa popolare, vicoli intasati di vomito di ricordi e vino novello, infezioni di targhe e baristi cocainomani. Tanti ancora ad aspettare un miracolo del dopoguerra, uno qualsiasi, trascinato da un camion dell’AMA che lampeggia arancione sui rifiuti. E poi lui, Arturo, più magnetico di una pubblicità di reggiseni a balconcino, dandy obeso e pittoresco come un satiro di lamiera, giacca gialla e gardenia nel taschino, pantaloni a quadretti da macellaio vittoriano. Suda profumo – cuoio e liquirizia bruciata – e catrame di misantropia, si trascina lento, la terza gamba d’ebano da gotta rinascimentale con un pneumatico dorato come pomello, ghigno da primario del peccato. Sotto gli occhiali a lenti esagonali – roba fatta a mano per un papa o un dittatore – un sorriso soddisfatto e postumo, come se fosse già morto e avesse deciso di continuare lo stesso, tanto a Roma si può fregare facilmente San Pietro, con le chiavi dell’ultimo cancello al collo a ronfare sotto al culo della Basilica, accecato in un sarcofago con duemila anni di roba sopra. Salnitro, ferro, miliardi di fessure, nemmeno una sveglia analogica. Radio Bernini. Venti passi indietro, un cane – anzi, un continente di tenebra visto al telescopio – pelo nero raggrumato di benzina, respiro di motore in avaria, occhi che succhiano luci. Non è un’ombra distorta del dandy giallo del disprezzo, ha un cuore proprio e tutte le zampe ancora buone. Segue il padrone in punta di unghie… o aspetta di mordere alla prima occasione? La crudeltà sa di vaniglia, polvere di sparo, pecorino di fossa e un bicchiere di gin con una moneta di rame dentro, e l’obbedienza a volte è come una fame, tutto può essere. Tac. Tac. Tac. Il bastone comanda il ritmo, ogni colpo un amen o una bestemmia, attese entrambe come germogli fortunati: qualcuno che crepa, soffre, ammazza, pompa o ficca, qualcuno da solo nel vetriolo della città da sfigurare meglio, da piazzargli uno specchio o una pozzanghera davanti al grugno. Aruspicare e assistere alla rovina umana, collezionarla, farsene sacerdote se possibile; perfezionare la morte, estetica della sofferenza e squarci vari. Il nefasto Rimbaud giallo di quartiere, un fascio di versi nella tasca ancora cucita della giacca – non cerco più paradisi, ma distributori di sigarette che vendano assoluzioni (…) una donna che ha capito tutto, e non serve più – stelle, l’insegna del Bar 77 e un orecchio del cane riflessi nelle lenti esagonali, annusa l’aria sapida: è a caccia anche stanotte. Piazza Santa Maria Consolatrice, serrande abbassate e l’edicola con la Madonna al neon blu e un manto di moscerini impazziti, è quasi vuota; un soffio a mezzanotte, la scia di ragazzini – un pirata antropofago, un fantasma economico di federe, la sposa cadavere incinta di un pallone da pallavolo e una strega lingua nera con scarpe a carrarmato – che curvano dietro il palazzo con sacchi rossi pieni di caramelle e le ultime fragole del mondo buono. E poi bingo: un tossico mascherato da se stesso, la mano tesa per stringere monetine, il cuore buono di chiamare il cane seduto là in fondo – Ehi, bello, vieni qui! – fermo come il dandy che gli si inginocchia davanti per studiarlo, sguardo da polpetta avvelenata, come fosse un cadavere potenziale in jeans e maglietta del Barcellona, autopsia a crudo. La mano che fruga nella tasca destra, un mazzo di banconote legate con un elastico, giallo anche quello; lo tiene in mano come se stesse pesando il mondo, e poi: «Comprati una giacca come la mia, mi ha portato fortuna.» Il tossico stringe tutti quei soldi, si alza come se avesse molle sotto le Nike troppo larghe e corre verso la parrocchia – Don Sergio aveva detto che i miracoli spuntano fuori dal niente, come petrolio profondissimo, tutto vero! – ma poi si blocca, pensa al refettorio che puzza di candeggina e si ficca nel vicolo a destra, dove un’ombra con barba corta e tentacoli che spuntano dal giubbotto di pelle, il tatuaggio di un dado un sulla carotide, aspetta polli e disperati. C’è sempre qualcosa nel suo pozzo, anche per arrivare alle foglie fosforescenti del fondo – Overlife – dove la terapia intensiva non può galleggiare e gli angeli si strozzano per litigarsi l’ultima pasticca. Tac. Tac. Tac. Il Dandy si allontana soddisfatto, l’aria ha un altro sapore adesso, cammina come se avesse già sognato quel momento – tra poco il sangue del disgraziato bollirà – i palazzi e i graffiti lentamente svaniscono, la strada muta pelle come un vecchio pitone e più avanti appare la curva, una piega d’asfalto lucida sfregiata di frenate che costeggia gotica la valle dei ferri vecchi, là sotto: l’Autodemolizione San Michele – ricambi originali, peccati usati – che sussurra zanzare dietro il recinto di lamiere e fari spenti, il piccolo impero del Dandy, un grande confessionale meccanico. Il demiurgo sfasciacarrozze si ferma sul ciglio della curva, si accende teatrale una sigaretta, fumo dal naso come incenso a sacralizzare la mezzanotte, poi chiama il cane con un gesto che nessuno noterebbe: toccarsi l’anello con squadra e compasso. Il grosso animale si avvicina, si fa carezzare il testone e la cicatrice dei denti di un rottweiler da scommesse, e infine solleva il muso quando il padrone sussurra la parola magica: «Adesso, prendi!» Una corsa abbaiando alla notte, verso la sommità della curva come inchiostro spruzzato da un secchio di Pollock, la BMW nera, col cavalcavia ormai dietro gli scarichi e Bruce Springsteen che canta l’ultimo minuto di ‘Perfect World’, schiva la bestia per un pelo, che balza sul cofano sbavando, facendo sgranare gli occhi della coppia all’interno – lei bella come un incipit di Wolfe, i capezzoli in allarme rosso. L’urlo degli pneumatici, l’amen dei pistoni, il trampolino del guardrail e i rimbalzi delle lamiere là sotto, boati e grida sincopate, pioggia di cristalli. Dal cancello dell’autodemolizione il Dandy osserva immobile la scena e il compiersi dell’incidente – numero ventidue – sulla benedetta curva, ara di asfalto per centraline, iniettori, turbocompressori, differenziali… e casuali organi umani. Una mano in tasca, una polpetta di lesso di pollo tra indice e medio, una bocca fedele che l’afferra con la delicatezza di una cortigiana. «Ne sei ghiotto eh? Bravo, ottima scelta con quei magnifici sedili in pelle.» Il tuo browser non supporta la visualizzazione di questo documento. Fai clic qui per scaricare il documento. Partita oggi la nuova serie di racconti online di fantascienza distopica/horror 'FLORENTIN - Il Sade del XXV Secolo' composta da 60 episodi (uno al mese), che raccontano le gesta dei due protagonisti, Florentin e Amigdala, nella Francia del futuro. 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